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Noi tre, l’ultima perla di Mario Fortunato

L’ultima pagina è sempre la peggiore, quando leggi un libro che ami. L’ultima pagina, quella che segna la fine della storia. E ti lascia nella convinzione di aver perso un amico.

E poi ci sono libri che di amici te ne fanno perdere tre, dopo l’ultima pagina.

All’inizio sembra una storia come tante. La narrazione pare perdersi nel resoconto, nella cronaca di una, due, tre vite che si intrecciano. Quelle di tre ragazzi di provincia che vogliono fare gli scrittori.

Storie come tante. Aspirazioni, sogni, desideri, illusioni, amori, immancabili sconfitte.

Ma l’ultima pagina è sempre la più crudele. Perché in Noi tre, l’ultimo, imperdibile libro di Mario Fortunato (Bompiani), la narrazione vive un climax ascendente che trasforma la freddezza delle prime pagine nella sensazione profonda e inesauribile di vuoto che avvolge il lettore quando il libro finisce.

All’inizio non lo comprendi. Noi tre non è una cronaca. Nemmeno un epitaffio scritto per salvare la memoria, per ripulire la coscienza. Noi tre è l’esegesi intima di un autore che comincia a raccontare una storia, e finisce per scontrarsi con la parte più nascosta di un io dimenticato.

Ed è nella seconda parte di questo libro che te ne accorgi. Nella scalata incessante di quel climax verso il proprio apice, verso uno zenith che lascia il lettore – come sempre fanno le grandi opere – con tante domande, molte di più delle risposte.

La storia biografica di Mario Fortunato, Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto si può riassumere così: “La nostra lingua comune era la letteratura, ma i sentimenti in gioco toccavano una regione più primitiva e segreta, un luogo scaramantico che la giovane età sigillava nel silenzio. Perciò parlavamo incessantemente dei libri degli altri e non di quelli che avremmo voluto scrivere.  Eravamo così vicini gli uni agli altri da temere il contatto: una critica negativa ci avrebbe annichilito e, d’altro lato, lodi e complimenti li avremmo probabilmente avvertiti come viziati dall’affetto”.

Ed è proprio in quella regione primitiva e segreta che risiedono i sentimenti più profondi di questa storia: l’amicizia che è amore; che è paura; che è tristezza; che è gelosia; che è ancora paura, paura di perdere; che è incertezza; ed è gioia e dolore, erotismo e ingenuità.

Perché ci sono legami che nessuno può imprigionare e dissolvere. Nemmeno la morte. Ma è la morte, che in questo caso parte da quel tragico acronimo, AIDS, a rivestire il ruolo decisivo.

Quello che fa restare tutto incompiuto, ma proprio per questo, e grazie alle parole non dette, lascia cristallizzate nella memoria delle immagini di ineffabile bellezza, come quell’ultimo saluto in un aeroporto greco, l’indimenticabile vacanza a Mykonos nella quale Mario vedrà Pier Vittorio per l’ultima volta. O in quell’appartamento in via Abbadesse, laddove “ciò che accadde sarebbe rimasto per sempre un segreto custodito solo tra noi tre, se […] unico superstite, io non guardassi adesso a quel terzetto balordo che eravamo, con la nostalgia che di solito si riserva alla propria parte migliore”.

Pagina dopo pagina, quel climax travolge il lettore con un senso di inquietudine e tristezza che lo costringe a ricercare su google vecchie immagini di Pier Vittorio Tondelli e studiarne lo sguardo e confrontarlo con quel linguaggio del non detto che risiede in una vecchia foto del 1991, laddove l’autore si perde.

Talora incredulo, talora esausto. Viaggia in mare aperto, senza approdare a un vero finale. Un viaggio intorno a tre vite, che hanno finito per consegnargli la consapevolezza, nonostante tutto, di esserci per sempre.

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